sabato 15 marzo 2008

Dal "Corriere della Sera"...

Con la campagna elettorale si riparla di e-government, cioè di informatizzare la pubblica amministrazione per spendere meno, semplificare la burocrazia e dare servizi migliori ai cittadini. In particolare il leader del Pdl Silvio Berlusconi, quando gli viene chiesto con quali tagli di spesa pubblica finanzierà la riduzione fiscale, risponde: con iniezioni di Stato digitale. Ovvero il rimedio meno impopolare tra quelli possibili. In realtà l'e-government non sembra dare benefici percepibili (e neppure risparmi) quando si limita a spalmare computer su strutture vecchie. Anzi: se usato male può far spendere di più. Mentre funziona, e molto bene, quando si accompagna alla riorganizzazione: ma proprio qui incontra gli ostacoli maggiori.
Il registro digitale delle imprese, introdotto dall' allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini negli anni Novanta, è considerato una delle migliori applicazioni di e-government. Prima, aprire una società per azioni era un calvario burocratico. Uno dei freni era la cosiddetta omologa del Tribunale, documento che veniva richiesto solo da 4 Paesi nel mondo. Quando ci si ripropose di semplificare l'operazione, si incontrò l'opposizione dei magistrati che si vedevano sottrarre un pezzo di potere. Tuttavia il ministro proseguì; e il risultato è che oggi per costituire una spa ci vogliono 24 ore. Al sistema delle imprese l'innovazione ha fatto risparmiare 260 milioni di euro. Altri risparmi per lo Stato (90 milioni di euro l'anno) li ha generati l'operazione Fisco online. Ma anche a livello locale i casi positivi non mancano: la telemedicina da quattro anni sta facendo spendere 700 mila euro in meno l'anno all'Asl di Treviso.
«Gli esempi di servizi innovativi non mancano dice il numero uno di Microsoft Italia Mario Derba -: dal sito Internet dei carabinieri, che stabilisce un nuovo tipo di dialogo coi cittadini, all'Intranet della Regione Veneto; dalla gestione sanitaria in Sardegna al progetto eDemocracy della Provincia di Genova ». Tuttavia sono casi isolati, che disegnano un' Italia a macchia di leopardo. E le riforme importanti, come la firma digitale, restano incompiute.
«In tutti i Paesi avanzati - dice Marco Mena di Between - si sta ragionando su come rendere più efficace l'azione dello Stato informatizzato. Quanto a noi, l'Italia con Bassanini è partita bene, ha mantenuto un certo impulso con Stanca ma poi ha rallentato. Il risultato è che l'e-government non ha ancora avuto un impatto forte, generalizzato e percepibile sulla qualità dei servizi al cittadino, sulla semplificazione della burocrazia e sui risparmi di spesa pubblica».
Una rivoluzione a metà. «Per completarla - sintetizza lo stesso Bassanini - la strada è quella di mettere insieme i vari pezzi di un sistema ancora frazionato attraverso una profonda riorganizzazione gestionale. Smaterializzando le operazioni, facendo comunicare sistemi che ancora non si parlano e soprattutto abbattendo i muri che separano le amministrazioni ». L'altro obiettivo è estendere le singole innovazioni positive. Una strada è quella seguita da Lucio Stanca, l'ex manager Ibm poi ministro dell'Innovazione con Berlusconi, con il finanziamento dei progetti di aggregazione multi-comunale. I risultati sono stati modesti, perché pochi Comuni creano innovazione e pochi imitano, o meglio «riusano», come si dice in gergo.
«Aggregare Stanca», ha ironizzato qualcuno. Anche se all'ex ministro viene riconosciuto il merito di aver indirizzato verso l'hi-tech parte dei finanziamenti prima destinati solo a ponti e strade. In epoca Prodi il ministro Luigi Nicolais ha incentivato i Comuni a «riusare». Mentre il ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta ha concentrato le risorse su pochi progetti innovativi come l'infomobilità e la misurazione della customer satisfaction.
Se l'e-government non decolla, insomma, non è soltanto per inadeguatezza di fondi: il piano del Cnipa prevede la ragguardevole spesa di 6 miliardi in 3 anni, 2 nel solo 2008. Un ostacolo è la frammentazione delle competenze, a partire dal governo. Solo Bassanini ebbe la responsabilità complessiva di Funzione pubblica, e-government e Regioni. Berlusconi l'ha spezzata in 3, e non sempre scegliendo uomini pro-innovazione (il suo ex ministro della Funzione pubblica Luigi Mazzella si fece togliere il computer dalla scrivania perché «più adatto alle segretarie»). E anche nel governo Prodi non di rado si sono confrontate visioni contrastanti tra Nicolais e Lanzillotta.
Un altro problema è il ruolo del Cnipa, aspirante regista dello Stato digitale, alla cui testa c'è il fisico nucleare Fabio Pistella. «Stiamo creando una struttura che lavora per obiettivi — dice l'ex direttore dell'Enea — ma facciamo i conti con due limiti: la mancanza di un sistema di premi al merito e l'equilibrio delle competenze al nostro interno: tanti ingegneri e giuristi, pochi esperti di organizzazione». Per i suoi critici invece il Cnipa è un organismo «costoso e difficilmente riformabile», i cui compiti andrebbero affidati a una cabina di regia molto più leggera all'interno del ministero della Funzione pubblica.
Alla formazione di manager statali di alto livello avrebbe dovuto contribuire la creazione di un «Ena italiano» sul modello dell'Ecole Nationale d'Administration francese, unificando i 4 istituti esistenti. Ma l'Ena italiano, che faceva parte del programma Prodi, non è mai nato. Anche — si spiega — per l'opposizione del ministro Nicolais (collegio elettorale Napoli) che ha difeso l'«autonomia» del Formez, uno dei 4 istituti da unificare.

Edoardo Segantini

Articolo bellissimo.
Guardate che non si tratta delle solite "sciocchezze tecnologiche" tipo i robot che giocano a calcio.
Questo è il futuro della governance; un nuovo modo di interagire con la pubblica amministrazione. Alcuni di noi sono restii all'innovazione ma desidero sottolineare che il progresso ed il "well-fare" non è prerogativa univoca del politico decisore. L'utente-cittadino deve contribuire al cambiamento assimilando, col tempo, i nuovi modi di interazione.
Evidenzio la frecciata legittima ad un sistema di dipendenti pubblici che oltre ad essere autoconservativo si dimostra ostruzionista verso il rengineering organizzativo.
L'amministratore pubblico deve svolgere un servizio... non un lavoro.

Afghanistan... truppe si truppe no....ma chi lo conosce veramente?

Quante volte accendendo la tv o leggendo un giornale abbiamo ascoltato o letto ciò che i nostri politici avevano da dire sulla missione italiana in terra Afgana. Quante volte abbiamo discusso sulla possibilità di ritirare le truppe o inviare nuove attrezzature che siano “di pace e non di guerra”.

Ora i tempi sono cambiati; il dibattito parlamentare ha altri grattacapi e l’Afghanistan non è più al centro dell’audience. Personalmente ho avuto la grandissima fortuna di conoscere persone che hanno vissuto l’Afghanistan, militari che hanno messo a disposizione di un paese travagliato da continue guerre e repressioni la loro esperienza. Ascoltare le piccole storie di italiani così distanti dai salotti dove si parla il “politichese” ha permesso, in parte, di superare la mia personale ignoranza. I militari italiani in Afghanistan sono circa 2.350. Due i contingenti principali, nella capitale Kabul e a Herat, nell’ovest del Paese, entrambi inseriti nella missione Isaf della Nato; ad Eupol, la missione dell’Unione europea per la ricostruzione della polizia civile locale, partecipano invece una trentina di carabinieri.
In Afghanistan l’Italia in questo momento ha una doppia responsabilità: dal 6 dicembre scorso ha assunto a Kabul il Regional Command Capital, che per nove mesi sarà sotto la guida del generale Federico Bonato, mentre a Herat il generale Fausto Macor comanda tutte le forze Isaf che operano nella Regione Ovest, dove continua ad operare il Provincial reconstruction team a guida italiana.
A Kabul, in particolare, l’Esercito è presente con una unità di manovra (Battle group 3), che contribuisce alla sicurezza nell’area della capitale, un reparto logistico, uno di genieri, uno delle trasmissioni, un’aliquota Nbc (per la bonifica da aggressivi nucleari, biologici e chimici), personale di collegamento e di staff. A Kabul c’è anche una componente elicotteristica con tre AB212 e un CH 47. Un’ulteriore componente aeronautica è schierata ad Abu Dhabi e costituisce il reparto distaccato della 46/a aerobrigata: con 3 velivoli da trasporto C130J assicura il ponte aereo logistico con il teatro di operazioni.
A Herat, invece, l’Italia contribuisce alla gestione della base di supporto logistico (Fsb) a guida spagnola e coordina i quattro Prt della regione ovest del Paese (quei Team di ricostruzione con cui la Nato ha esteso la presenza della missione Isaf in tutto l’Afghanistan): oltre a quello di Herat, gestito direttamente dagli italiani, quelli di Farah, Badghis e Ghor. Il contributo militare è fornito essenzialmente dall’Esercito, con la Task force Lince, che gestisce il Prt di Herat, e dall’Aeronautica, con la task force Aquila. Presente a Herat anche un Task group di Forze speciali italiane, tre Operational and Mentoring Liaison Team (che affiancano l’esercito afgano con compiti addestrativi)e un nucleo di 16 militari della Guardia di Finanza per formare la polizia doganale afgana. La componente aerea è costituita da elicotteri (cinque Mangusta), un C130 da trasporto e aerei senza pilota Predator. I Prt si occupano sostanzialmente della costruzione di importantissime infrastrutture per la gestione della missione; tali opere resteranno parte del territorio e quindi di proprietà del paese. La formazione delle elementari istituzioni d’autorità come le dogane, la polizia e gli enti pubblici sono uno degli obiettivi della forza di pace e passaggio obbligato verso la costruzione di uno Stato in grado di servire le comunità. Parte dell’Afghanistan è tuttora di tipo feudale; i signori “di zona” controllano i traffici di droga e armi. La loro influenza si ripercuote anche sui rifornimenti destinate alle truppe NATO; è impensabile passare via terra in un territorio da loro controllato senza lasciare “doni”. La coercizione verso questi ultimi si rivela controproducente perché altamente destabilizzante e pericolosa per i militari ed i civili. I “clan” così regolati hanno una cultura sostanzialmente guerriera e difficilmente comprensibile dalla società occidentale. Imbracciare un AK47 a 14 anni significa realizzarsi, diventare adulto. La cultura sociale cambia totalmente nelle grandi (e ricche) città crocevia dei commerci verso l’Iran e la Turchia.

L’errore è considerare il popolo afgano arretrato; i mercanti hanno una spiccata capacità di contrattazione oltre ad un’abilità non comune nell’artigianato. Chi non ha osservato i buffi indumenti indossati nel deserto? Il confronto con le tute super tecnologiche dei militari ci farebbe sorridere. Provate a chiedere a qualsiasi militare italiano quanto avrebbe pagato nel deserto per avere un abito afgano e capirete quanto un uomo può vivere di stereotipi.

martedì 19 febbraio 2008

Aggiornamento sulla "linea Fini"...

Fini oggi dichiara:""Ero e resto contrario ad una confluenza - precisa il ledaer di An -, ma oggi è tutto diverso: discutiamo di liste, programmi e regole. Faremo un congresso per discutere finché sarà necessario".
Aggiunge di "non aver cambiato idea" rispetto alle critiche da lui avanzate dopo il "discorso dal predellino"...

Vi terremo aggiornati su ogni cambio di programma...

Chiarezza...

Molti mi chiedono perchè Fini sia bollato come "venduto" quando il partito unico di centrodestra era in programma da parecchio. Semplice.
Perchè era in programma un partito condiviso. Fini polemizzava con Berlusconi per tale motivo.
Nessuno mette in discussione il partito unico. Tutti sono contrari alle annessioni (anche se consensuali). Rispondete semplicemente a queste domande...troverete da soli le risposte:

1Chi ha creato il Pdl?

2Il Pdl ha uno Statuto?

3Se il Pdl è un partito unico perchè Berlusconi è candidato senza primarie o congressi?

4Perchè Casini si è rifiutato di entrare nel Pdl? E perchè ha detto "non siamo in vendita"?

6Alla luce dei fatti credete veramente che il Pdl sia stato pianificato e meditato? Se si perchè Berlusconi dopo la caduta Prodi ha affermato: "non c'è tempo ora per il Pdl....ci penseremo dopo le elezioni..."?

Pensate davvero che questo sia un PARTITO? Lo dico da elettore del centrodestra...

domenica 17 febbraio 2008

AN si scioglie nel PDL...

Tutti contenti in an.
La ratifica in esecutivo è passata tra sorrisi ed applausi.
An il partito patronale. Chi va contro il leader?
Si metteva in discussione la leadership di Berlusconi...
e chi sarebbe stato il successore? Fini? ma non fatemi ridere...
PDL in partito nato sul predellino di una macchina creato in tre secondi da un uomo.
Alla luce dei fatti vi propongo un'intervista di Gianfranco Fini... subito dopo le dichiarazioni
di Berlusconi in piazza a Milano:

Fini: «Comportarsi come sta facendo Berlusconi
non ha niente a che fare con il teatrino della politica:
significa essere
alle comiche finali. Sia chiaro che non esiste alcuna
possibilità che An si
sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi. Anzi
con la Conferenza
di progetto di Milano, dal 7 al 9 febbraio, intitolata
"Alleanza per l'Italia"
dimostreremo di avere idee, proposte e progetti». - 10
dicembre 2007
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=226426

E poi la folgorazione...
In politica tutto ha un prezzo...

sabato 9 febbraio 2008

E gli altri 80 Vale?


Valentino Rossi ha pagato i debiti con il fisco italiano. 2o milioni di euro cioè 1/5 della cifra evasa (100 milioni).
Precedentemente avevo sottolineato la necessità di una cultura fondata sul merito e sulla responsabilità; avevo inoltre pubblicato un post sulla giustizia italiana sul quale snocciolavo un po' di cifre sul ritorno in cassa delle spese processuali e risarcimenti (ovviamente bilancio pubblico in rosso).
Valentino ha guadagnato 80 milioni di euro.
Conviene evadere perciò fatelo!!!
Attenzione però... dovete evadere cifre astronomiche...
Se sbagliate una virgola sul 730 vi tartassano.
Se vi manca una firmetta sulla scheda isee vi faranno dannare.
Se dimenticate una cosina sul registro di cassa di una piccola attività commerciale sono guai.
Nelle aziende più innovative, quando una persona ha carisma ed è un punto di riferimento per l'organizzazione viene definito "champion intellettuale".
Va bene che Valentino Rossi è Dottore per merito (e non per pubblicità) e sarà più preparato di qualsiasi altro studente che deve ricorrere alle borse di studio per pagare tasse universitarie sempre più proibitive e che si fa un mazzo così per laurearsi...
Non facciamo di Rossi un champion intellettuale da imitare...
Se la Entrate recuperassero tutto l'evaso che accertano forse le imposte si potrebbero abbassare...

mercoledì 6 febbraio 2008

Supermartedì americano... mercoledì nero italiano...

L'oceano che divide la festa dalla rassegnazione ha un nome: Atlantico.
Forse le informazioni che ci giungono dagli USA sono un po' filtrate ma ultimamente sto notando un gap enorme tra l'approccio americano e quello italiano. Da una parte vi è l'attesa, la passione di cambiare; dall'altra solo rassegnazione. L'americano segue la linea individuale di una persona; Mc Cain, Clinton, Obama hanno un'idea precisa di come dovrà essere la linea presidenziale. L'italiano non segue nulla; non sa neppure il programma elettorale (non intendo il programma fiscale). Su che presupposti si basa il voto italiano? Credo sulla simpatia o sul malcontento.
Il sistema americano è rapido, veloce nel cambiamento, decide subito. Il Presidente ha forte discrezionalità.
Il sistema italiano è lento, restio al cambiamento, ricordate i pesi ed i contrappesi? Siamo talmente impauriti dal fascismo che non osiamo muoverci per paura di sbagliare qualcosa.
Un po' come l'ipocrita che guarda per terra per non schiacciare le formiche e non si accorge del toro che sta arrivando...