giovedì 1 aprile 2010

A Verona vince la Lega, ma “Re Preferenza” è Massimo Giorgetti



La Lega Nord si conferma al primo posto nella provincia veronese con il 36,13 % dei voti, seguita dal Pdl (27.63%), Partito Democratico (16.85%), UDC (6.08%), Italia dei Valori (5.09%), Movimento 5 stelle (2.47%), Unione Nord Est (1.56%), PSI (1.12%), Rifondazione (1.02%), Alleanza di Centro (0.69%), Veneti Indipendensa (0.40%), Nucleare no grazie (0.37%), Forza Nuova (0.35%), Panto (0.18%).

Riconfermati l’assessore uscente Massimo Giorgetti con l’incredibile risultato di 26.360 preferenze (primo assoluto in tutto il Veneto, circa 2.000 voti in più rispetto al collega di partito Bendinelli) e il consigliere uscente Giancarlo Conta.

Per la Lega eletti Tosato Paolo, Bassi Andrea, Cenci Vittorino e Sandro Sandri. Escluso il sindaco di San Mauro di Saline Italo Bonomi con appena 1.214 preferenze nonostante l’appoggio del sindaco di Tregnago Marco Pezzotti recentemente passato alla Lega.

L’Udc conferma l’assessore regionale uscente Stefano Valdegamberi che, con 9.756 preferenze stacca il biglietto per Palazzo Ferro Fini. Valdegamberi sarà tra gli scranni della minoranza poiché l’Udc, differentemente dalle scorse elezioni, non farà parte del gruppo di maggioranza.

venerdì 19 marzo 2010

Esempi di sana politica

Grazie alle precise inchieste del programma "Report" ci giungono, ogni tanto, buone notizie; sono fatti che strappano un piccolo sorriso in un clima avvelenato dal malaffare.
La presenza di persone dotate di senso civico e onestà che dedicano ogni giorno il loro tempo alla gestione della "cosa pubblica" permette a tutti noi di guardare con buon auspicio al futuro.
Ecco il testo mandatomi gentilmente dalla redazione di Report:

La Goodnews di questa settimana s'intitola ''SENZA INDENNITA''' di Giuliano Marrucci.
In questo periodo di magra per le casse comunali, nel piccolo comune di Annone Brianza, in provincia di Lecco, da tre anni, quando si arriva a chiudere il bilancio ci si trova piu' quattrini del previsto. Nessuno sa da dove arrivino, fino a quando il sindaco Carlo Colombo e' costretto ad ammettere ''sono i soldi della mia indennita'''. Un caso di politica fatta per passione. Ma non e' il solo. Sempre in provincia di Lecco, dal 2004, il sindaco Egidia Beretta Arrigoni i suoi soldi li storna tutti in un fondo di solidarieta'. La missione? Tenere in piedi la scuola materna della parrocchia, sistematicamente a corto di quattrini. E se invece del solo sindaco a rinunciare all'indennita' sono tutti i membri di giunta e consiglio, le cose si fanno interessanti. Come a Carpasio, provincia d'Imperia. Oppure a Montevecchia, dove questa abitudine continua ininterrotta addirittura da oltre venti anni.

mercoledì 10 marzo 2010

Non solo sul sito della polverini... anche su quello del Club delle Libertà...


Leggete... ovviamente è stato tolto.

Commenti non pubblicati sul sito di Renata Polverini...

Interessato dal dibattito sul "decreto-legge" ho deciso di pubblicare sul sito di Renata Polverini alcuni commenti; notando il notevole ritardo della pubblicazione dei miei contributi e l'esclusiva presenza di commenti entusiasti sulla candidata da una parte e alquanto duri sulle decisioni della Magistratura dall'altra mi è sorto un dubbio... possibile che anche qui fanno la cernita delle opinioni?


Come sapete il Presidente Napolitano ed il Presidente Berlusconi hanno firmato un decreto-legge (decretazione d'urgenza con effetto immediato e quindi non vagliabile in Parlamento)"interpretativo" per fare in modo di riammettere la lista Pdl nel Lazio...

Ripropongo la lettera che Giorgio Napolitano ha scritto ai cittadini che esprimevano viva preoccupazione per un provvedimento del genere:

Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,
ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto.
Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico.
Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – “per abbandono dell’avversario” o “a tavolino”. E si era anche da più parti parlato della necessità di una “soluzione politica”: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè “frutto di un accordo”, concordata tra maggioranza e opposizioni?
Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all’autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall’altra parte.
Ma in ogni caso – questo è il punto che mi preme sottolineare – la “soluzione politica”, ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.
La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.
Cordialmente

Giorgio Napolitano


L
eggendo i commenti entusiasti dei frequentatori del sito della Polverini, ho pensato di mandare al sito anche la mia opinione:


Non sono d’accordo. Il decreto è in aperta violazione della legge 400/1988 in materia di decretazione d’urgenza la quale vieta la decretazione in materia elettorale; pertanto il Presidente ha firmato un decreto illegale.
Il decreto è, oltretutto, in aperta violazione con la Costituzione la quale garantisce, all'articolo 3, l’uguaglianza di fronte alla legge; il decreto si riferisce esclusivamente e specificatamente alla fattispecie del caso della presentazione della lista del Pdl.

(aggiungo ora che le altre liste non hanno beneficiato di questa improvviso "condono"... perchè? Sono figlie di un Dio minore? Ho diritto di vedere la mia lista riammessa, come dice Napolitano, solo quando questa fa parte del Governo? Che democrazia è questa che tratta in maniera diversa soggetti uguali?)

Utilizzare l’espressione “serve per garantire la democrazia” è capzioso in principio; come sancisce l’articolo 1 della Costituzione (la sovranità spetta al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione). Tali limiti sono sanciti nella parte prima, titolo quarto, articolo 48.
Non si può predicare il rispetto delle istituzioni quando queste (la legge è l’istituzione primaria) vengono palesemente violate dallo stesso predicatore.
Non tutto è opinabile…
Con rispetto di Renata che reputo una donna in gamba e sopratutto onesta.

Spero sia pubblicato…


C
osa che non avvenne... per ovvi motivi!
Ah verità quanto mi costi...


venerdì 12 febbraio 2010

Caro Presidente... è deficitario di conoscenza chi esprime un'opinione diversa?

Napolitano: «No a giudizi sommari
e volgari sull'Unità d'Italia»

«Grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani»


Giorgio Napolitano (Lapresse)
ROMA - Il presidente della Repubblica ha attaccato «i rumorosi detrattori dell’Italia unitaria» nel corso del suo intervento all’Accademia dei Lincei al convegno Verso il 15o° dell'Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso. Giorgio Napolitano ha parlato del «grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani» e criticato i «giudizi sommari e pregiudizi volgari sul formarsi dell’Italia unita» condannando «i bilanci di stampo liquidatorio sul cammino intrapreso dal Paese dopo il 1861». Secondo Napolitano, la negazione dell'unità d'Italia è frutto di una «deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, di umori negativi e di calcoli di parte». Infine un'esortazione: «Bisogna reagire all'eco che suscitano in sfere lontane da quella degli studi più seri i rumorosi detrattori dell'unità italiana».

RESISTENZA - Il capo dello Stato ha poi ricordato il contributo della Resistenza per la riconquista dell’unità nazionale: «Un moto di riscossa partigiana e popolare di cui nessuna ricostruzione storica può giungere a negare il valore».

NORD-SUD - Il più grave motivo di divisione e debolezza che insidia la nostra unità nazionale, ha detto il presidente, è la divaricazione e lo squilibrio tra Nord e Sud. «Affrontare nei suoi termini la questione meridionale è un dovere della comunità nazionale e un impellente interesse comune per garantire all’Italia un più alto livello di sviluppo e di competitività. Non c’è alternativa al crescere di più e meglio insieme».

Dopo avre fatto l'Italia occorre fare gli Italiani diceva qualcuno...
ma è innegabile che l'Italia è stata fatta da una piccola elitè di pensatori...
forse la piemontizzazione delle regioni nord orientali e la violenza dell'ordinamento amministrativo locale fatto con la legge Rattazzi del 1861 è conosciuto solo da chi è "deficitario di conoscenza" come afferma il Presidente Napolitano (lo stesso Presidente che affermò la fine della crisi economica quando migliaia e migliaia di persone erano cassaintegrate o licenziate).
Ah quanto mi costi Verità!

lunedì 8 febbraio 2010

Pillole...

Roma - (Adnkronos)- L'Ente spaziale americano ha deciso di rimandare di 24 ore la partenza della missione Sts-130 a causa delle condizioni meteo. L'appuntamento ora è per domani. Gelmini: a bordo anche il successo della ricerca italiana.

Di sicuro la ricerca italiana è merito nè della Gelmini, nè di Mussi, nè della Moratti... nè dei soldi pubblici che al posto di essere investiti in ricerca vengono utilizzati per finanziare i film o per mantenere qualche nullafacente...

come si dice? E' meglio tacere e sembrare ignorante piuttosto che aprire bocca e confermarlo.

dal Corriere della Sera di Pietro Ichino

LETTERA SUL LAVORO

Un lusso anche i contratti di serie B Nessuno pensa al Welfare dei figli

Caro Direttore, il ministro Renato Brunetta ha molta ragione quando avverte che il diritto del lavoro, e in particolare l'articolo 18 dello Statuto del 1970, oggi si applica soltanto ai padri e non ai figli. Gli italiani, però, hanno diritto di sapere che cosa il ministro propone seriamente— e non soltanto con una battuta in un talk show —per superare il regime di apartheid che penalizza la nuova generazione di lavoratori.

È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B —«a progetto», o comunque a termine— è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d’ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato.

Stessa musica nel settore pubblico, dove ormai domina sempre più diffusamente l’«esternalizzazione» delle funzioni mediante cooperative e altri appaltatori, che utilizzano ogni forma di lavoro atipico. Accade pure che dopo un periodo più o meno lungo di anticamera anche un ventenne o trentenne finisca coll’ottenere l’agognato posto di lavoro stabile regolare; ma il punto è che il datore di lavoro ha di fatto la possibilità di scegliere che il lavoratore, anche se sostanzialmente dipendente, resti escluso dalla protezione regolare per decenni. In altre parole: il diritto del lavoro sta perdendo la sua natura di standard minimo di trattamento universale, per assumere la natura di un ordinamento eminentemente derogabile: chi vuole lo applica e chi non vuole no. Naturalmente, poi, quando viene la bufera, a pagare per primi sono sempre i non protetti: i 500 mila lavoratori italiani che hanno perso il posto nei mesi passati di recessione sono ovviamente quasi tutti di serie B e C. Dunque: il ministro fa bene ad aprire gli occhi su questa realtà, a riconoscere che il nostro mercato del lavoro e il nostro sistema di protezione sociale non sono affatto «i migliori del mondo», come egli stesso ci ha detto solo pochi mesi or sono. Ma deve anche dire quale è la sua diagnosi del fenomeno e quale la terapia che propone. Una cosa è certa: il problema non è soltanto di controlli e di repressione delle frodi. Controllo e repressione servono quando la violazione o elusione delle regole è un fenomeno marginale; quando invece— come oggi accade per il nostro diritto del lavoro —violazione ed elusione diventano un fatto normale su larga scala, è l’ordinamento stesso che deve essere rifondato. La disciplina italiana del rapporto di lavoro regolare è vecchia ormai di oltre quarant’anni. È stata scritta quando non esistevano né i computer, né Internet, ma neppure i fax e le fotocopiatrici; quando era normale che un giovane entrasse in un’azienda con la prospettiva di restarci per trenta o quarant’anni svolgendo la stessa mansione, più o meno con gli stessi strumenti e le stesse tecniche. Oggi il tempo di vita di una tecnica produttiva (ma anche di un prodotto o di un materiale) non si misura più in decenni, ma in anni o addirittura in mesi; le imprese nascono e muoiono con un ritmo incomparabilmente più rapido rispetto ad allora.

Così stando le cose, la sicurezza economica e professionale dei lavoratori non può più essere affidata al modello del «posto fisso». Ed è in larga misura inevitabile che le imprese facciano di tutto per eludere, nelle nuove assunzioni, una disciplina della stabilità del lavoro, come quella dettata dall’articolo 18 dello Statuto del 1970, che condiziona lo scioglimento del rapporto di lavoro per motivi economici od organizzativi a un controllo giudiziale che può richiedere due, quattro o sei anni; e al Sud anche otto o dieci. La soluzione, allora, non è togliere l’articolo 18 ai padri, ma riscrivere il diritto del lavoro per i figli, per le nuove generazioni; in modo che esso torni capace di applicarsi davvero a tutti i rapporti che si costituiranno da qui in avanti. E garantire davvero a tutti non l’impossibile «posto fisso», ma quella protezione contro le discriminazioni e quella rete di sicurezza nel mercato, da cui oggi la nuova generazione dei lavoratori italiani è per la maggior parte esclusa.

di Pietro Ichino
08 febbraio 2010

Come si può avere rispetto per questp Paese quando esso stesso non rispetta i propri figli?