martedì 25 marzo 2008

La simbologia della politica


La simbologia serpeggia nei cunicoli della politica da moltissimo tempo. Concetto sfuggente agli occhi del distratto ma lampante ad un osservatore attento. La ricerca del consenso vive di simboli, l'elettore ne viene catturato. Pochissimi sono quelli che esprimono il voto basandosi sul programma. Una campagna elettorale si basa sull'entusiasmo, sulla capacità di catturare l'elettore, sull'emozione che il simbolo crea...
Ve lo immaginate un comizio sull'abbassamento delle aliquote? E un'altro sulla copertura finanziaria necessaria all'implementazione di un pacchetto di riforme?
Una noia mortale!
Meglio utilizzare slogan e simboli... Maggiore appeal, meno responsabilità ed opportunità di "rettifica" una volta eletti.
Ma cosa sono i "simboli"?
Sono i flash elettorali usati da i nostri due candidati: donne e giovani in politica, meno tasse per tutti, fascisti e comunisti nella lista avversaria...
Non è mia intenzione criticare tali metodi; sono parte del linguaggio e della capacità di persuasione di un buon politico, sono regole implicite e come tali devono essere rispettate se si vuole raggiungere un risultato soddisfacente. L'elettore dovrebbe osservare e giudicare l'attendibilità di alcune affermazioni proferite in campagna elettorale.
Per quel che riguarda i candidati si è sempre criticato il metodo berlusconiano "delle vallette"...
Vi pongo una semplice domanda...
Perchè vengono candidate vallette, sportivi, personaggi dello spettacolo?
Per voti... sbaglio?
Perchè vengono candidati operai, imprenditori, donne e giovani, ecc.?
Per voti... l'operaio è un simbolo per gli operai, l'imprenditore è un simbolo per gli imprenditori, un giovane è simbolo per i giovani, la donna è un simbolo per le donne come la valletta è simbolo per chi guarda la tv come lo è lo sportivo per chi segue lo sport.
La metodologia è sempre la stessa solo che le vallette saltano subito all'occhio mentre l'operaio no perchè rappresenta una classe debole nel nostro sistema socio-economico (con tutta la mia buona fede). Ho notato che (per quel che concerne le candidature) il linguaggio politico veltroniano tende ad una simbologia "per classe e genere", mentre quello berlusconiano punta maggiormente a quella "per audience".
Nessuno viene scelto per capacità alle camere... se così fosse non esisterebbero gli identificativi "operaio", "imprenditore", "valletta"... si direbbe "ha capacità" o "non ha capacità".

Sono le regole della politica. Ma chi della politica fa parte, non dovrebbe rinfacciarle come caratteristiche univoche dell'avversario... benedetta ipocrisia camuffata da realismo!

F.M.

venerdì 21 marzo 2008

Dichiarazione Fini...



IL METODO SARKOZY - «In Italia - ha detto poi Fini, rispondendo alla domanda di un lettore - non si può applicare il modello Sarkozy-Attali che individua i migliori al di là delle appartenenze politiche. E questo perché in Francia il presidente viene eletto direttamente dal popolo, mentre da noi no. Qui si risponde al Parlamento e quindi alla coalizione che ti ha presentato, per cui aggirare le coalizioni è più difficile. La mia preferenza per il sistema francese in ogni caso è nota». E proprio il sistema elettorale ha fatto sì che Fini abbia accettato di fare il numero due di Berlusconi, senza velleità di una corsa solitaria: «Se avessimo un sistema in cui ci si candida con elezione diretta avrei probabilmente preso in considerazione una mia candidatura. Ma in Italia non è così: si vota per una coalizione e ci si deve presentare in Parlamento per ottenere un voto di fiducia». E per le elezioni che verranno? «Cerchiamo intanto di vincere queste elezioni, poi per le prossime vedremo».

In Italia si può applicare il modello Sarkozy-Attali...tutto sta nel buon senso del Parlamento e nel coraggio delle persone che ne fanno parte. Le riforme necessarie si devono fare. La cattiva abitudine "del Padrino" che il parlamentare ha assimilato nella logica "do ut des" non riguarda il bene pubblico. Coalizione significa accordi... siano fatti per la nazione per una volta. Almeno si tenti la strada di dare a gente competente la formulazione di disegni di legge importanti. Abbiamo già visto la competenza che gli "statisti" hanno dimostrato con leggi e contro leggi. Il "porcellum" è solo la punta dell'iceberg e quella che fa più notizia perché tocca più da vicino la partitocrazia.
Entrate nelle università... un ordinamento differente per ogni anno d'iscrizione... questo per colpa dell' irresponsabilità e dell'incompetenza...che fine ha fatto il concetto di "rule of law"?
Caro Fini... non venga a dire che preferisce il sistema francese... lei ha avuto la possibilità di far qualcosa per la legge elettorale (oltre che a votarla solo per interesse di coalizione) ma non lo ha fatto. Perchè? Per l'imminenza delle elezioni "già vinte"?
Verificheremo, quando Berlusconi lascerà la politica, la veridicità dell'affermazione:«Se avessimo un sistema in cui ci si candida con elezione diretta avrei probabilmente preso in considerazione una mia candidatura...

sabato 15 marzo 2008

Dal "Corriere della Sera"...

Con la campagna elettorale si riparla di e-government, cioè di informatizzare la pubblica amministrazione per spendere meno, semplificare la burocrazia e dare servizi migliori ai cittadini. In particolare il leader del Pdl Silvio Berlusconi, quando gli viene chiesto con quali tagli di spesa pubblica finanzierà la riduzione fiscale, risponde: con iniezioni di Stato digitale. Ovvero il rimedio meno impopolare tra quelli possibili. In realtà l'e-government non sembra dare benefici percepibili (e neppure risparmi) quando si limita a spalmare computer su strutture vecchie. Anzi: se usato male può far spendere di più. Mentre funziona, e molto bene, quando si accompagna alla riorganizzazione: ma proprio qui incontra gli ostacoli maggiori.
Il registro digitale delle imprese, introdotto dall' allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini negli anni Novanta, è considerato una delle migliori applicazioni di e-government. Prima, aprire una società per azioni era un calvario burocratico. Uno dei freni era la cosiddetta omologa del Tribunale, documento che veniva richiesto solo da 4 Paesi nel mondo. Quando ci si ripropose di semplificare l'operazione, si incontrò l'opposizione dei magistrati che si vedevano sottrarre un pezzo di potere. Tuttavia il ministro proseguì; e il risultato è che oggi per costituire una spa ci vogliono 24 ore. Al sistema delle imprese l'innovazione ha fatto risparmiare 260 milioni di euro. Altri risparmi per lo Stato (90 milioni di euro l'anno) li ha generati l'operazione Fisco online. Ma anche a livello locale i casi positivi non mancano: la telemedicina da quattro anni sta facendo spendere 700 mila euro in meno l'anno all'Asl di Treviso.
«Gli esempi di servizi innovativi non mancano dice il numero uno di Microsoft Italia Mario Derba -: dal sito Internet dei carabinieri, che stabilisce un nuovo tipo di dialogo coi cittadini, all'Intranet della Regione Veneto; dalla gestione sanitaria in Sardegna al progetto eDemocracy della Provincia di Genova ». Tuttavia sono casi isolati, che disegnano un' Italia a macchia di leopardo. E le riforme importanti, come la firma digitale, restano incompiute.
«In tutti i Paesi avanzati - dice Marco Mena di Between - si sta ragionando su come rendere più efficace l'azione dello Stato informatizzato. Quanto a noi, l'Italia con Bassanini è partita bene, ha mantenuto un certo impulso con Stanca ma poi ha rallentato. Il risultato è che l'e-government non ha ancora avuto un impatto forte, generalizzato e percepibile sulla qualità dei servizi al cittadino, sulla semplificazione della burocrazia e sui risparmi di spesa pubblica».
Una rivoluzione a metà. «Per completarla - sintetizza lo stesso Bassanini - la strada è quella di mettere insieme i vari pezzi di un sistema ancora frazionato attraverso una profonda riorganizzazione gestionale. Smaterializzando le operazioni, facendo comunicare sistemi che ancora non si parlano e soprattutto abbattendo i muri che separano le amministrazioni ». L'altro obiettivo è estendere le singole innovazioni positive. Una strada è quella seguita da Lucio Stanca, l'ex manager Ibm poi ministro dell'Innovazione con Berlusconi, con il finanziamento dei progetti di aggregazione multi-comunale. I risultati sono stati modesti, perché pochi Comuni creano innovazione e pochi imitano, o meglio «riusano», come si dice in gergo.
«Aggregare Stanca», ha ironizzato qualcuno. Anche se all'ex ministro viene riconosciuto il merito di aver indirizzato verso l'hi-tech parte dei finanziamenti prima destinati solo a ponti e strade. In epoca Prodi il ministro Luigi Nicolais ha incentivato i Comuni a «riusare». Mentre il ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta ha concentrato le risorse su pochi progetti innovativi come l'infomobilità e la misurazione della customer satisfaction.
Se l'e-government non decolla, insomma, non è soltanto per inadeguatezza di fondi: il piano del Cnipa prevede la ragguardevole spesa di 6 miliardi in 3 anni, 2 nel solo 2008. Un ostacolo è la frammentazione delle competenze, a partire dal governo. Solo Bassanini ebbe la responsabilità complessiva di Funzione pubblica, e-government e Regioni. Berlusconi l'ha spezzata in 3, e non sempre scegliendo uomini pro-innovazione (il suo ex ministro della Funzione pubblica Luigi Mazzella si fece togliere il computer dalla scrivania perché «più adatto alle segretarie»). E anche nel governo Prodi non di rado si sono confrontate visioni contrastanti tra Nicolais e Lanzillotta.
Un altro problema è il ruolo del Cnipa, aspirante regista dello Stato digitale, alla cui testa c'è il fisico nucleare Fabio Pistella. «Stiamo creando una struttura che lavora per obiettivi — dice l'ex direttore dell'Enea — ma facciamo i conti con due limiti: la mancanza di un sistema di premi al merito e l'equilibrio delle competenze al nostro interno: tanti ingegneri e giuristi, pochi esperti di organizzazione». Per i suoi critici invece il Cnipa è un organismo «costoso e difficilmente riformabile», i cui compiti andrebbero affidati a una cabina di regia molto più leggera all'interno del ministero della Funzione pubblica.
Alla formazione di manager statali di alto livello avrebbe dovuto contribuire la creazione di un «Ena italiano» sul modello dell'Ecole Nationale d'Administration francese, unificando i 4 istituti esistenti. Ma l'Ena italiano, che faceva parte del programma Prodi, non è mai nato. Anche — si spiega — per l'opposizione del ministro Nicolais (collegio elettorale Napoli) che ha difeso l'«autonomia» del Formez, uno dei 4 istituti da unificare.

Edoardo Segantini

Articolo bellissimo.
Guardate che non si tratta delle solite "sciocchezze tecnologiche" tipo i robot che giocano a calcio.
Questo è il futuro della governance; un nuovo modo di interagire con la pubblica amministrazione. Alcuni di noi sono restii all'innovazione ma desidero sottolineare che il progresso ed il "well-fare" non è prerogativa univoca del politico decisore. L'utente-cittadino deve contribuire al cambiamento assimilando, col tempo, i nuovi modi di interazione.
Evidenzio la frecciata legittima ad un sistema di dipendenti pubblici che oltre ad essere autoconservativo si dimostra ostruzionista verso il rengineering organizzativo.
L'amministratore pubblico deve svolgere un servizio... non un lavoro.

Afghanistan... truppe si truppe no....ma chi lo conosce veramente?

Quante volte accendendo la tv o leggendo un giornale abbiamo ascoltato o letto ciò che i nostri politici avevano da dire sulla missione italiana in terra Afgana. Quante volte abbiamo discusso sulla possibilità di ritirare le truppe o inviare nuove attrezzature che siano “di pace e non di guerra”.

Ora i tempi sono cambiati; il dibattito parlamentare ha altri grattacapi e l’Afghanistan non è più al centro dell’audience. Personalmente ho avuto la grandissima fortuna di conoscere persone che hanno vissuto l’Afghanistan, militari che hanno messo a disposizione di un paese travagliato da continue guerre e repressioni la loro esperienza. Ascoltare le piccole storie di italiani così distanti dai salotti dove si parla il “politichese” ha permesso, in parte, di superare la mia personale ignoranza. I militari italiani in Afghanistan sono circa 2.350. Due i contingenti principali, nella capitale Kabul e a Herat, nell’ovest del Paese, entrambi inseriti nella missione Isaf della Nato; ad Eupol, la missione dell’Unione europea per la ricostruzione della polizia civile locale, partecipano invece una trentina di carabinieri.
In Afghanistan l’Italia in questo momento ha una doppia responsabilità: dal 6 dicembre scorso ha assunto a Kabul il Regional Command Capital, che per nove mesi sarà sotto la guida del generale Federico Bonato, mentre a Herat il generale Fausto Macor comanda tutte le forze Isaf che operano nella Regione Ovest, dove continua ad operare il Provincial reconstruction team a guida italiana.
A Kabul, in particolare, l’Esercito è presente con una unità di manovra (Battle group 3), che contribuisce alla sicurezza nell’area della capitale, un reparto logistico, uno di genieri, uno delle trasmissioni, un’aliquota Nbc (per la bonifica da aggressivi nucleari, biologici e chimici), personale di collegamento e di staff. A Kabul c’è anche una componente elicotteristica con tre AB212 e un CH 47. Un’ulteriore componente aeronautica è schierata ad Abu Dhabi e costituisce il reparto distaccato della 46/a aerobrigata: con 3 velivoli da trasporto C130J assicura il ponte aereo logistico con il teatro di operazioni.
A Herat, invece, l’Italia contribuisce alla gestione della base di supporto logistico (Fsb) a guida spagnola e coordina i quattro Prt della regione ovest del Paese (quei Team di ricostruzione con cui la Nato ha esteso la presenza della missione Isaf in tutto l’Afghanistan): oltre a quello di Herat, gestito direttamente dagli italiani, quelli di Farah, Badghis e Ghor. Il contributo militare è fornito essenzialmente dall’Esercito, con la Task force Lince, che gestisce il Prt di Herat, e dall’Aeronautica, con la task force Aquila. Presente a Herat anche un Task group di Forze speciali italiane, tre Operational and Mentoring Liaison Team (che affiancano l’esercito afgano con compiti addestrativi)e un nucleo di 16 militari della Guardia di Finanza per formare la polizia doganale afgana. La componente aerea è costituita da elicotteri (cinque Mangusta), un C130 da trasporto e aerei senza pilota Predator. I Prt si occupano sostanzialmente della costruzione di importantissime infrastrutture per la gestione della missione; tali opere resteranno parte del territorio e quindi di proprietà del paese. La formazione delle elementari istituzioni d’autorità come le dogane, la polizia e gli enti pubblici sono uno degli obiettivi della forza di pace e passaggio obbligato verso la costruzione di uno Stato in grado di servire le comunità. Parte dell’Afghanistan è tuttora di tipo feudale; i signori “di zona” controllano i traffici di droga e armi. La loro influenza si ripercuote anche sui rifornimenti destinate alle truppe NATO; è impensabile passare via terra in un territorio da loro controllato senza lasciare “doni”. La coercizione verso questi ultimi si rivela controproducente perché altamente destabilizzante e pericolosa per i militari ed i civili. I “clan” così regolati hanno una cultura sostanzialmente guerriera e difficilmente comprensibile dalla società occidentale. Imbracciare un AK47 a 14 anni significa realizzarsi, diventare adulto. La cultura sociale cambia totalmente nelle grandi (e ricche) città crocevia dei commerci verso l’Iran e la Turchia.

L’errore è considerare il popolo afgano arretrato; i mercanti hanno una spiccata capacità di contrattazione oltre ad un’abilità non comune nell’artigianato. Chi non ha osservato i buffi indumenti indossati nel deserto? Il confronto con le tute super tecnologiche dei militari ci farebbe sorridere. Provate a chiedere a qualsiasi militare italiano quanto avrebbe pagato nel deserto per avere un abito afgano e capirete quanto un uomo può vivere di stereotipi.

martedì 19 febbraio 2008

Aggiornamento sulla "linea Fini"...

Fini oggi dichiara:""Ero e resto contrario ad una confluenza - precisa il ledaer di An -, ma oggi è tutto diverso: discutiamo di liste, programmi e regole. Faremo un congresso per discutere finché sarà necessario".
Aggiunge di "non aver cambiato idea" rispetto alle critiche da lui avanzate dopo il "discorso dal predellino"...

Vi terremo aggiornati su ogni cambio di programma...

Chiarezza...

Molti mi chiedono perchè Fini sia bollato come "venduto" quando il partito unico di centrodestra era in programma da parecchio. Semplice.
Perchè era in programma un partito condiviso. Fini polemizzava con Berlusconi per tale motivo.
Nessuno mette in discussione il partito unico. Tutti sono contrari alle annessioni (anche se consensuali). Rispondete semplicemente a queste domande...troverete da soli le risposte:

1Chi ha creato il Pdl?

2Il Pdl ha uno Statuto?

3Se il Pdl è un partito unico perchè Berlusconi è candidato senza primarie o congressi?

4Perchè Casini si è rifiutato di entrare nel Pdl? E perchè ha detto "non siamo in vendita"?

6Alla luce dei fatti credete veramente che il Pdl sia stato pianificato e meditato? Se si perchè Berlusconi dopo la caduta Prodi ha affermato: "non c'è tempo ora per il Pdl....ci penseremo dopo le elezioni..."?

Pensate davvero che questo sia un PARTITO? Lo dico da elettore del centrodestra...

domenica 17 febbraio 2008

AN si scioglie nel PDL...

Tutti contenti in an.
La ratifica in esecutivo è passata tra sorrisi ed applausi.
An il partito patronale. Chi va contro il leader?
Si metteva in discussione la leadership di Berlusconi...
e chi sarebbe stato il successore? Fini? ma non fatemi ridere...
PDL in partito nato sul predellino di una macchina creato in tre secondi da un uomo.
Alla luce dei fatti vi propongo un'intervista di Gianfranco Fini... subito dopo le dichiarazioni
di Berlusconi in piazza a Milano:

Fini: «Comportarsi come sta facendo Berlusconi
non ha niente a che fare con il teatrino della politica:
significa essere
alle comiche finali. Sia chiaro che non esiste alcuna
possibilità che An si
sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi. Anzi
con la Conferenza
di progetto di Milano, dal 7 al 9 febbraio, intitolata
"Alleanza per l'Italia"
dimostreremo di avere idee, proposte e progetti». - 10
dicembre 2007
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=226426

E poi la folgorazione...
In politica tutto ha un prezzo...