martedì 2 agosto 2011

Il karate è per la vita...


Il Karate è un’arte marziale e, come per tutte le arti, per raggiungere la perfezione richiede uno studio profondo e un impegno costante. E’ da sempre considerato un eccellente tecnica di difesa personale e uno sport a tutti gli effetti anche se, definirlo come tale, risulta tanto incompleto quanto inesatto. Il karate sportivo (quello che vediamo alle gare per intenderci) rappresenta una recente acquisizione di questa antica forma di combattimento a mani nude; non deve essere quindi considerato il fine ultimo di un vero karateka. Il sensei (maestro) Keinosuke Enoeda scriveva in una pubblicazione: “pensando solo in termini utilitaristici di competizione otterremo come unico risultato quello di stravolgere il significato originale del karate, trasformandolo in uno sport come tanti altri…I maestri devono quindi educare i loro allievi nella maniera giusta, attribuendo uguale importanza a ogni aspetto del karate”.Ricostruire dettagliatamente la storia di questa arte marziale risulta particolarmente difficoltoso, vuoi per la carenza di fonti storiografiche certe, vuoi per la farraginosità delle testimonianze tramandate principalmente per via orale di generazione in generazione. Il Karate si sviluppa principalmente nell’isola di Okinawa dove i nobili del luogo, signori appartenenti alla classe guerriera, praticavano un’arte marziale “segreta” (Okinawa-te) tramandata principalmente ai loro eredi. Nei secoli XVII e XVIII le condizioni di vita di tali signori cambiarono a causa di un costante impoverimento che spinse tali classi a praticare mestieri più redditizi come l’agricoltura e l’artigianato; gli storici attribuiscono a tale fatto la diffusione dell’ Okinawa-te nelle classi non appartenenti all’aristocrazia guerriera. Nel corso dei secoli grazie ai sempre più frequenti viaggi di mercanti e marinai, l’arte marziale autoctona delle isole Ryuku (delle quali Okinawa fa parte) si mescolò con forme  di combattimento cinese. Una prova della relazione tra Cina e Okinawa è fornita dalla testimonianza del mestro Anko Itosu il quale, in uno scritto, indica le origini del karate nelle arti marziali cinesi. Un primo tentativo di codicizzazione dei precetti del karate di Okinawa fu fatto dal maestro Kanga Sakugawa signore di Okinawa. La vera svolta che portò la conoscenza del karate fuori dai confini di Okinawa avvenne quando il maestro Gichin Funakoshi, fondatore dello stile Shotokan e padre del karate moderno, si esibì a Tokyo 1922. Egli intese questa affascinante arte marziale come un “sistema di disciplina interiore” capace di condizionare tutti gli aspetti della vita dei praticanti; era nato il Karate-do ovvero la “via del karate”, un misterioso, lento e difficile cammino dell’essere verso la perfezione e il suo compimento. La filosofia dello stile di karate shotokan, basata principalmente sullo zen e sul bushido (la via del guerriero), è contenuta nei venti principi (niju kun) esposti dallo stesso Funakoshi Gichin e che divennero le basi della disciplina ancora prima che gli stessi allievi del grande maestro fondassero nel 1949 la JKA (Japan Karate Association); la più importante e antica organizzazione per la diffusione del karate.

mercoledì 27 aprile 2011

IL PROGRAMMA ELETTORALE COPIA-INCOLLA: IL CASO DI BADIA CALAVENA


Cari lettori del Piave, ormai è tempo di elezioni comunali per moltissime amministrazioni presenti sul territorio veneto. Le liste sono già depositate presso i comuni con i relativi programmi elettorali. Il rispetto del programma elettorale durante il mandato dell’amministrazione ed il relativo mantenimento delle promesse fatte in campagna elettorale è forse il fattore che sta più a cuore all’elettore. Il caso che mi accingerò a descrivere però non rientra in questa fattispecie poiché, se il programma della lista “l’Altra Badia” (appoggiata da PDL e Lega con candidato sindaco Alessandro Anselmi) venisse attuato pedissequamente, il piccolo comune veronese verrebbe incluso nella Provincia di Bergamo. Chissà cosa avranno pensato i cittadini di Badia Calavena leggendo il programma elettorale depositato in comune dalla lista sfidante dell’attuale maggioranza alla pagina 13 dove recita: “Essendo Badia Calavena un paese di piccole dimensioni è opportuno intervenire nel settore ambientale in sintonia con tutti i paesi limitrofi impegnandoci a creare commissioni intercomunali per la soluzione dei problemi relativi ad inquinamento atmosferico, acustico ed elettromagnetico, in collaborazione con le maggiori attività produttive presenti nella zona a sud di Bergamo secondo quanto previsto dal programma Agenda 21”. Il dubbio pressante di un lapsus geografico naufraga dopo aver letto il programma elettorale depositato presso il Comune di Azzano San Paolo in provincia di Bergamo dalla Lega Nord per le elezioni comunali del 2009. I due programmi sono sostanzialmente identici; qualche rattoppo, qualche taglio, nulla di più. La svista di un copia-incolla così superficiale (tanto da lasciare invariata la provincia di appartenenza) ha suscitato non pochi malumori tra i cittadini di Badia Calavena che, dovendo scegliere il loro sindaco sulla base di importanti programmi di sviluppo della durata di cinque anni, si ritrovano un programma elettorale scopiazzato da quello di un comune bergamasco con differenti esigenze e peculiarità. Risulta fragoroso anche il silenzio del principale organo di stampa locale “l’Arena” che, tanto solerte a fare previsioni sull’esito delle prossime elezioni amministrative, evita (intenzionalmente o meno) di riportare nelle proprie colonne fatti che vanno inevitabilmente a ripercuotersi sulla già fragile fiducia che gli italiani hanno verso la politica. Per confrontare i due programmi visitate http://comuneazzanosanpaolo.gov.it/installazioni/azzano/allegati/consiglio/1/LegaNord.pdf (Azzano San Paolo) e http://albo.cst.vr.it/publishing/AP/docDetail.do?docId=1553 (Badia Calavena).

Federico Maccadanza 

martedì 22 febbraio 2011

Una piaga incentivata


Il gioco d’azzardo rappresenta un importante capitolo d’entrata nel bilancio statale. Un tempo definito dai più “immorale”, svolto nell’ombra, lo ritroviamo oggi ovunque, tollerato e, mi preme dirlo, incentivato. Nell’ultimo decennio l’azzardo è stato al centro di numerosi interventi normativi che l’hanno trasformato, legalizzato e liberalizzato. Le definizioni “gioco legale” o “gioco sicuro” nascono in questi anni per indicare quelle attività soggette a regolamentazione del monopolio statale. La promozione statale non è un segnale del fatto che non c’è nulla di male a giocare d’azzardo?

Quindi dove sta il problema?

Il gioco si insinua in ogni aspetto della società: nei bar, sui giornali, negli sponsor delle squadre calcistiche, su internet, sui cartelloni stradali e in televisione sia negli spazi pubblicitari, sia negli spazi che dovrebbero essere riservati all’informazione (brilla il trafiletto che ogni settimana vediamo in basso a sinistra del teleschermo durante l’edizione del tg1-tg2). Un vero business che ha fatturato nel 2003 circa 20,6 miliardi di euro a fronte dei 5,1 del 1990. Per avere un’idea ben precisa dell’importanza dei media nell’incentivare il gioco basti pensare che il gruppo Snai nel corso del 2000 ha investito in appoggio alle scommesse sportive: circa 7,2 milioni di euro per cinque mesi di spot sulle reti Rai, Mediaset, Stream, Snai Sat e 120 emittenti locali collegate a Crai S.r.l (una società affiliata Snai). Massicce pure le campagne pubblicitarie promosse da Lottomatica e Sisal, rispettivamente per Lotto e SuperEnalotto.

Sembra che la differenziazione dell’offerta con diversi prodotti, la diffusione via internet ed il sempre più facile accesso inducano ad una maggiore crescita dell’azzardo; questo spiegherebbe la nascita delle innumerevoli formule con le quali il cittadino soddisfa il proprio bisogno. Poker online, Gratta e Vinci, Totogol, Totosei, scommesse sportive, Bingo, Lotto, scommesse sull’ippica, Totip, Corsa Tris, Totocalcio, casinò, lotterie e non ultima il Win for Life. Le vincite occupano le prime pagine dei giornali; chi vince (si presume) è quasi sempre un disagiato, il montepremi Superenalotto si classifica sempre come “re dell’informazione” ed il suo successo commerciale lo si deve quasi esclusivamente a ciò: chi non spenderebbe due euro per guadagnarne ben 168 milioni? Vincere è possibile anche se si ha una possibilità su 622.614.630. Ne è convinto anche il fisco che calcola un’entrata fiscale di circa 4.000 euro al minuto per il solo Superenalotto.

Le trasmissioni sul poker online sono nate negli ultimi anni, quasi in concomitanza con la diffusione del “poker texas” tra i giovani. Una coincidenza? E da quanto tempo sono nati i poker via internet?

Win for life rappresenta l’ultimo arrivato; al vincitore una vincita di 6.000 euro per vent’anni, psicologicamente parlando il regolamento cerca di presentare la vincita agli occhi del consumatore come uno stipendio che renderà la vita, dipinta dalla famosa pubblicità, più “spensierata e leggera”.

Nel 2007 il fisco ha incassato un totale di 6,7 miliardi di euro dalla strabiliante cifra che gli italiani hanno speso in totale nello stesso anno pari a 42,2 miliardi di euro (erano 14,3 miliardi di euro nel 2000, 18 del 2002, 23,1 nel 2004, 28 nel 2005, 35,2 miliardi di euro nel 2006).

Ciò che non si racconta nei telegiornali sono i pesanti costi sociali che il gioco d’azzardo provoca tra la popolazione: i giocatori patologici in Italia sono infatti stimati in 700mila e il nostro sistema sanitario non è preparato ad aiutarli. La malattia del gioco rovina moltissime famiglie riducendole sul lastrico. L’indebitamento per gioco d’azzardo è la prima causa nazionale che alimenta l’usura e una delle prime per quel che concerne i casi di suicidio. Il presidente di Alea, associazione che studia il problema del gioco d’azzardo, Riccardo Zerbetto in una passata intervista riferiva: “Mancano strutture dove curarsi. Le famiglie dei giocatori compulsivi, sfibrate non solo economicamente, si rivolgono ancora a parroci e medici di base. Solo a gennaio sono stati definiti i livelli di cura per paziente, in modo da determinare i costi di cura per le regioni. Le richieste, dove ci sono servizi specialistici regionali, sono invece in aumento. Senza contare che anche i parenti hanno bisogno di cure psicologiche. Senza contare che il giocatore non va ai Sert con drogati e alcolisti”.

Federico Maccadanza

Tenue ripresa senza lavoro: il caso Verona

Camera di commercio: è boom di cassa integrazione straordinaria e in deroga
La difficile situazione economica mondiale sembra alleggerirsi tra le righe dei bilanci aziendali scaligeri; i bilanci tornano lentamente in positivo e le richieste per la cassa integrazione ordinaria sono calate rispetto i precedenti trimestri (700 mila nel terzo trimestre 2009 a fronte delle attuali 627 mila). Se da un punto di vista formale si potrebbe affermare l’esistenza di una leggera ripresa dell’economia veronese, uno studio congiunto della Camera di Commercio e dell’Università di Verona ha sottolineato come la provincia scaligera sia interessata da quello che gli economisti definiscono come “jobless recovery” ovvero una ripresa senza lavoro.
I bilanci tornano in “nero” cioè con segno positivo espellendo forza lavoro quindi lasciando per strada sempre più famiglie; da qui il dato preoccupante inerente l’aumento della disoccupazione che passa dal 4,7% del 2009 all’attuale 6%. La disoccupazione giovanile raggiunge il 29%. La forza lavoro che viene espulsa è composta in genere da tutti quei soggetti che hanno contratti cosiddetti “precari” non a tempo indeterminato. Il fenomeno ha generato nell’ultimo trimestre del 2010 un’esplosione della cassa integrazione straordinaria e di quella in deroga cioè di strumenti a cui si ricorre quando le difficoltà permangono e ci si appresta a licenziare i dipendenti. Si tratta incontrovertibilmente di un fatto serio che non va sottovalutato anche alla luce dei dati passati; si pensi come nel 2008 la “straordinaria” e quella “in deroga” fossero praticamente inutilizzate.
Secondo alcuni sindaci della zona la situazione è molto grave. Antonio Casu, primo cittadino di San Bonifacio, vede nero: «Negli ultimi mesi ci stiamo occupando di 24 famiglie con minori che hanno ricevuto lo sfratto esecutivo, e i ritardi con gli affitti sono diventati un problema sociale». Mario Faccioli, sindaco di Villafranca, vede la crisi di un modello: «Il sistema delle piccole imprese negli anni passati permetteva i cosiddetti travasi orizzontali: cioè se andava male il tessile, per esempio, ci si metteva a lavorare il vetro. Ora però il mercato subisce una contrazione complessiva».
Il rettore dell’Università di Verona Mazzucato sottolinea il filo che lega le proteste studentesche all’attuale situazione lavorativa: «Dietro agli slogan e ai gesti clamorosi - osserva - questi ragazzi lanciano un allarme che va ascoltato, perché l'Italia è l'unico grande Paese che in concreto ha dimostrato di non credere nel proprio capitale intellettuale. Di fatto abbiamo affrontato passivamente la crisi, tagliando la spesa senza fare investimenti per la crescita».
Secondo il comandante dei Carabinieri colonnello Paolo Edera «In questo momento - afferma - è forte il rischio d'infiltrazioni criminali nell'economia locale. Non penso alle grandi aziende che sanno come parare i colpi. Penso alle piccole imprese che magari hanno difficoltà a farsi prestare soldi dalle banche. Molti imprenditori possono essere tentati di accettare denaro da personaggi oscuri, che praticano l'usura e alla fine gli scippano l'attività». (fonte delle interviste Corriere del Veneto).
Federico Maccadanza

lunedì 29 novembre 2010

emergenza incompresa

Chi afferma la fine dell’emergenza alluvione in Veneto mente pur non sapendo di mentire. Nel nostro paese perdura da tempo la perversa convinzione, non solo della classe politica ma della società in generale, di classificare l’importanza dei fatti solo in relazione della loro popolarità mediatica. Ne sono stato testimone io stesso che, pur abitando nelle vicinanze di Monteforte, Soave e San Bonifacio, i paesi del veronese più colpiti, ho appreso la tragica notizia degli avvenimenti del 1 e 2 novembre dai principali media nazionali. Dopo i primi giorni definiti dei “giornalisti spaventati” (termine usato molto efficacemente da Marco Paolini nel suo celebre spettacolo sul Vajont per definire i giornalisti paracadutati dalle redazioni nei luoghi delle catastrofi) scompare ogni traccia dell’emergenza veneta sulle prime dei media, evidentemente per lasciare spazio all’ormai nauseante servizio dall’esterno di casa Misseri o all’arrivo in ferrari di Ruby in discoteca. Ciò che non passa in televisione non esiste. L’emergenza veneto viene semplicemente considerata conclusa perché semplicemente non se ne parla; un fatto che perde popolarità mediatica perde rilevanza nell’agenda politica. A Monteforte, Soave e San Bonifacio la situazione è molto cambiata rispetto alle prime ore di emergenza ma restano irrimediabilmente moltissimi danni. Le perdite non colpiscono solo le case e i negozi, il mobilio o le macchine. I danni più gravi colpiscono aziende di ogni tipo e grado: le vere fonti di ricchezza della nostra terra. Un piccolo imprenditore titolare di un sistema di produzione “a tecnologia medio-alta” deve sostenere spese altissime per la bonifica dei macchinari. Sono altissimi i costi per costruire daccapo un allevamento. I trasferimenti degli organi statali e regionali sono insufficienti se non tempestivi: la maggior parte degli imprenditori hanno espresso la preoccupazione per il tempo necessario al risarcimento. La piccola-media impresa non dispone del credito delle grandi aziende o dei servizi agevolati presso gli istituti bancari elargiti con copiosa generosità ai “big” dell’industria. Il piccolo imprenditore trae la ricchezza dalla produzione ora irrimediabilmente compromessa; le aziende che bonificano i macchinari danneggiati esigono subito gli anticipi e poi il saldo a lavoro terminato. Lo stesso vale per l’acquisto dei macchinari. Riprendere subito l’attività è fondamentale per il rispetto degli ordini di produzione che significa vita per le imprese e per i rispettivi dipendenti. Per rialzarsi l’impresa veneta ha bisogno dei risarcimenti subito perché il ritardo dovuto a problemi di carattere burocratico o elettorale, può significare la morte per moltissime aziende. Una soluzione potrebbe essere costituita dalla garanzia dello Stato, della Regione o dell’Unione Europea per la copertura delle spese di bonifica o riacquisto dei beni produttivi. Così facendo le aziende potrebbero finalmente acquistare i beni per riattivare la produzione e rispettare gli ordini di consegna. I vantaggi fiscali o il congelamento delle addizionali non sono sufficienti in una realtà dove la ricchezza è dovuta all’operosità giornaliera ed al rispetto degli ordinativi a breve termine. Sembra che le istituzioni non abbiano capito la vera utilità dei trasferimenti d’emergenza: non quella di fare cassa al richiedente ma quella di permettere alle realtà produttive la ripresa della quotidianità.
Federico Maccadanza

lunedì 15 novembre 2010

Compagnie telefoniche

Cari amici de “Il Piave”, chi di voi non ha mai avuto qualche piccola discussione con qualche azienda di servizi? Chi di voi non ha mai avuto motivo di lamentela con una compagnia telefonica, con una società che gestisce l’acqua, con la società dell’energia elettrica o con addirittura la stessa banca per qualche voce incomprensibile di spesa presente sul resoconto bancario?

I dossier forniti da Federconsumatori sono allarmanti, in particolare quelli concernenti le telecomunicazioni; il tasto dolente per i consumatori sono i contratti telefonici (anzi le loro disdette) seguiti dai servizi e dai rapporti con le banche. Nella sola regione del Veneto su 3.403 pratiche istituite dalla Federconsumatori ben 1.122 riguardano problemi con enti di telefonia che hanno proposto agli utenti cambi di gestione. La fascia sociale che più rivolge alle associazioni dei consumatori sono i pensionati.

Ma come avviene il complesso meccanismo che “incastra” l’utente in un nuovo contratto telefonico?

Gli operatori telefonici contattano gli utenti telefonicamente proponendo loro il cambio di gestore, sciorinando dati. Per accettare all’utente basta un semplice “si”e si ritrova inevitabilmente con un nuovo contratto telefonico. In caso di recesso tuttavia l’utente è obbligato a spedire all’operatore telefonico una raccomandata con ricevuta di ritorno e poi attendere i tempi tecnici previsti. Una pratica che, di certo, non favorisce assolutamente l’utente. La possibilità di adottare, da parte delle compagnie, strategie di marketing al limite dell’illecito sottolinea ancora una volta la farraginosità legislativa e regolativa italiana; il dover ricorrere a chiamate defaticanti, invii di fax e raccomandate contro la semplice conferma orale per l’attivazione, indebolisce il soggetto economicamente più svantaggiato (l’utente). I consumatori si ritrovano sprovvisti di rimedi rapidi ed efficaci anche di fronte ad evidenti illeciti perpetrati dalle compagnie le quali, confidando nelle ovvie difficoltà burocratiche ed economiche dei soggetti “deboli”, continuano indisturbate nelle loro poco corrette attività. Un nodo assai problematico è rappresentato dall’inadeguatezza del normale ricorso agli organi competenti (AGCOM, Garante per la protezione dei dati personali, Tribunale e Procura della Repubblica) spesso caratterizzati sia da un certo immobilismo in materia sia dall’esagerata dilatazione temporale dei termini. In sostanza vi è una pletora di istituti giuridici poco adatti a fronteggiare problematiche tanto specifiche quanto camaleontiche; concepiti per altre situazioni e per la tutela di altri diritti, tali istituti non soddisfano le necessità di efficacia (per le irrisorie sanzioni) e speditezza (per l’eccessiva durata del procedimento di ricorso) che le fattispecie del caso richiedono. Una soluzione potrebbe essere costituita da un’autorità amministrativa indipendente con potere istruttorio e sanzionatorio caratterizzata da una certa flessibilità piuttosto che da un’ulteriore ricorso alla legificazione ordinaria. Concludendo occorre stabilire regole certe nella stipulazione dei contratti che diano finalmente al cittadino utente la possibilità di ricevere esclusivamente ciò che richiede permettendo a quest’ultimo di scegliere il contratto nella più completa trasparenza e consapevolezza.

Federico Maccadanza

martedì 7 settembre 2010

Milena Gabanelli e Report vincono il premio alla passione civile



La giornalista freelance nota per le sue inchieste ha ricevuto il riconoscimento voluto da Giuseppe e Raffaella Trabucchi

“Per intelligenza comunicativa, per la volontà di sapere, ancor più della curiosità, capace di porre a distanza le cose, guardando in profondità la realtà e il suo significato”. Sono poche le parole che motivano l’assegnazione del premio consegnato a Villa Trabucchi lo scorso 5 settembre ad una donna che indubbiamente ha contribuito a scrivere le pagine del giornalismo moderno. Magra, quasi gracile, ma dotata di una determinazione leonina, Milena Gabanelli da 14 anni compie inchieste giornalistiche sui temi più scottanti della storia italiana. Dal 1997 conduce la nota trasmissione Report un appuntamento periodico di informazione come naturale evoluzione di Professione Reporter. Il programma si occupa dei problemi più disparati, dalla salute, alle ingiustizie e inefficienze dei servizi pubblici che il cittadino rileva quotidianamente, alle scelte future dell'uomo che possono comportare rischi. La Gabanelli ha collaborato come inviata per Mixer in diversi paesi del mondo per raccontare le atrocità della guerra (ex Jugoslavia, Cambogia, Vietnam, Birmania, Sudafrica, Palestina, Mozambico, Somalia, Cecenia). Nel 1991 introduce il videogiornalismo lavorando da sola dietro alla telecamera. Tra le inchieste più note di Report ricordiamo quelle sul petrolchimico di Marghera, sull’omicidio di Ilaria Alpi, sul ponte sullo Stretto di Messina, sui compensi dei Parlamentari. Nell’intervista successiva l’assegnazione del premio rilasciata al quotidiano “l’Arena” la Gabanelli, commentando il tempo passato dalla prima messa in onda di Report afferma: "Sono passati 14 anni. E li sento tutti. Li sento sulle spalle. Li sento dappertutto. E non solo per i 300 milioni che complessivamente mi hanno pretestuosamente chiesto... Noi lavoriamo sempre alla stessa maniera, abbiamo affinato il metodo, è aumentata l'esperienza e la mia squadra è, io credo, composta dai migliori su piazza. Nel corso di questi anni abbiamo cambiato direttore quattro volte, ma abbiamo sempre instaurato un rapporto di lealtà e condiviso la passione per quello che si faceva" aggiunge "In questo momento mi sembra di lavorare per un'azienda che mi tollera. E non è una sensazione piacevole. Nessuno mi sta mettendo condizioni, dicendo no a questo o no a quello. Siamo liberi di scegliere gli argomenti che vogliamo, ma condividere è diverso da sopportare". Il premio “alla passione civile” è stato assegnato nelle edizioni precedenti a Gino Strada, Ascanio Celestini e a Marco Paolini, celebre attore teatrale noto per le sue orazioni civili sul Vajont e sulla tragedia di Ustica.

mercoledì 28 luglio 2010

STORIA DI UN ABISSO: LA SPLUGA DELLA PRETA


Nera, profonda, impressionante, un solo ingresso e l’inizio di una discesa senza fine nel cuore del Corno d’Aquilio nel Comune di Sant’Anna d’Alfaedo sui Monti Lessini. Esplorata per la prima volta nel 1925, la Spluga della Preta è stata considerata fino al 1953 l’abisso carsico più profondo al mondo. L’esplorazione della grotta continua tutt’ora; dopo ottant’anni dalla prima esplorazione vengono scoperte nuove vie (nel 2004 l’ultima), nuove diramazioni che si staccano dal cosiddetto “Ramo principale” che si snoda tra sale, pozzi e strettissimi cunicoli fino a raggiungere l’impressionante profondità di -877 metri.
La Spluga della Preta ha contribuito più di qualsiasi altra grotta a scrivere la storia della speleologia; al suo interno si sono sperimentate nuove tecniche e nuovi modi di intendere l’esplorazione. Nessun uomo al mondo può affermare di conoscere veramente il suo mistero, generazioni di speleologi hanno tentato inutilmente di seguire le correnti d’aria per scoprire un’ipotetica uscita. La Preta inizia con un enorme pozzo profondo 131 metri la cui discesa deve essere fatta tutta nel vuoto su corda. Oltre al Ramo principale vi sono altre vie che, come nel caso della Via dell’X, si ricollegano al percorso principale. Le più famose sono i Rami del Nonno, la Via Nuova e la Via Nuovissima (esplorata per la prima volta nel 1978). Alla fine dell’abisso troviamo la leggendaria Sala Nera.
Dal 1988 al 1992 l’operazione “Corno d’Aquilio” ebbe l’obiettivo di ripulire la Spluga della Preta da sessant’anni di rifiuti lasciati da innumerevoli spedizioni, di armare le vie e mettere in sicurezza tutti i tratti pericolanti; la spedizione si preoccupò anche di dare un completamento organico ai rilievi scientifici anche di flora e fauna, di effettuare foto e riprese cinematografiche e di fare precisi rilievi metrici dei percorsi dell'abisso. La spedizione rappresentò la più imponente del suo genere realizzata in grotta e vide impegnati gruppi di speleologi da tutta Italia. Sulla Preta è stato girato il film “L’Abisso” di Anderloni Alessandro e Sauro Francesco; una documentazione video di una spedizione fino alla Sala Nera sul fondo dell’abisso che continua a richiamare speleologi da tutto il mondo. Il film fa parte del progetto “La Spluga della Preta – 1925/2005: ottant’anni di esplorazioni” realizzato dall’Accademia della Lessinia e dalla Federazione Speleologica Veneta con il patrocinio della Regione del Veneto. Per maggiori dettagli www.splugadellapreta.it.

Federico Maccadanza

lunedì 24 maggio 2010

Dal Corriere della Sera

Intercettazioni, appello della Gabanelli

«Se non siete d'accordo, fatevi sentire»

PRIMA DI REPORT

Intercettazioni, appello della Gabanelli

«Se non siete d'accordo, fatevi sentire»

MILANO - «Se non siete d'accordo con questo provvedimento, fatevi sentire nelle sedi competenti perché presto sarà legge». Si è concluso così un breve appello lanciato da Milena Gabanelli, prima della sigla di apertura della puntata di domenica di "Report" su Rai3, in cui la conduttrice ha spiegato le possibili conseguenze del disegno di legge sulle intercettazioni in corso di approvazione da parte del Parlamento: «Se la legge fosse già in vigore, per esempio non sapremmo nulla dello scandalo che riguarda i grandi appalti». La giornalista ha poi ricordato che il provvedimento prevede che gli autori delle registrazioni e delle riprese effettuate senza il consenso dei diretti interessati rischieranno fino a 4 anni di carcere, a meno che non si tratti di giornalisti professionisti. «Distinzione sottile ma di sostanza perché una buona parte dei giornalisti che lavorano nei programmi di inchiesta sono iscritti all'albo dei pubblicisti: non potranno più entrare dentro gli ospedali e documentare come certi medici trattano i pazienti oppure dentro i cantieri dove vengono violate le norme che riguardano la sicurezza sul lavoro». «Siccome un'informazione completa serve a scegliere in libertà e i destinatari di questa informazione siete voi - ha concluso Milena Gabanelli -, valutate, se non siete d'accordo fatevi sentire nelle sedi competenti».

Redazione online

Lettera aperta del presidente dell'Ordine dei Giornalisti Veneto Amadori

Venezia, 23 maggio 2010

Intervento del presidente Gianluca Amadori sul Ddl Alfano




Una Legge vergognosa, che vuole limitare il diritto dei cittadini ad essere informati per proteggere la “casta” dei potenti di turno, e garantire loro l'impunità a cui maggiormente ambiscono: il silenzio dell'informazione.

Sto parlando del Disegno di Legge Alfano, impropriamente conosciuto come Ddl intercettazioni, ma che in realtà non si occupa soltanto di intercettazioni. Il provvedimento in discussione in Commissione Giustizia al Senato prevede, infatti, l'introduzione di pesanti sanzioni economiche per gli editori, nonché sanzioni penali, ammende pecuniarie e sospensione dalla professione per i giornalisti che dovessero avere l'ardire di continuare a fare il proprio “mestiere”: cioè dare notizie ai propri lettori e telespettatori. In particolare si vuole impedire la pubblicazione di tutte le notizie relative ad inchieste penali in corso prima dell'udienza preliminare. Il che significa, nei casi più complessi 4-5 anni e anche di più.

Nel momento in cui scrivo il testo definitivo non è stato ancora approvato integralmente. Ma, al di là di qualche dettaglio in via di definizione, ciò che preoccupa è la “filosofia” che sottende a questa Legge, per approvare la quale i senatori si sono riuniti perfino di notte. L'urgenza non è la crisi economica, le migliaia di aziende che chiudono e i tanti posti di lavoro a rischio, le famiglie che non arrivano a fine mese. L'urgenza per la maggioranza di governo è tappare la bocca ai giornalisti, per impedire loro di continuare a raccontare di ministri che si fanno regalare sontuosi appartamenti; di imprenditori che corrompono pubblici amministratori per aggiudicarsi appalti milionari; di malasanità; di pedofilia e violenze sessuali; di truffe; di scandali nel mondo dell'economia e della finanza, di Calciopoli e dintorni. I cittadini non devono sapere. Devono accontentarsi delle soft news che già oggi “intossicano” i mezzi d'informazione togliendo spazio alle notizie serie, alle inchieste, agli approfondimenti, con la complicità di troppi direttori ed editori che, all'informazione di qualità preferiscono servizi sul matrimonio di qualche velina, oppure sul cappuccino più buono d'Italia (servizio a cui il Tg1 delle ore 20 ha dedicato ampio spazio), sicuramente meno scomodi...

La “casta” al potere vuole che i cittadini vivano nella completa ignoranza per poter continuare a fare i propri comodi; vuole far credere loro che va tutto bene. E continua a prenderli in giro dichiarando che con questa Legge si vuole solo tutelare la privacy. Senza precisare che la privacy da tutelare è quella di personaggi pubblici i quali, al contrario, dobrebbero garantire la massima trasparenza sul loro operato. Intendiamoci: noi giornalisti abbiamo ecceduto pubblicando qualche intercettazione di troppo; coinvolgendo nelle cronache persone per la quali non vi era interesse pubblico. E su questo dobbiamo fare autocritica e impegnarci affinché ciò non accada più. Ma ciò non giustifica la censura che ora si vorrebbe imporre. E non si tratta di difendere un privilegio dei giornalisti: in ballo c'è un pezzo di democrazia. Nei casi più complessi l'udienza preliminare arriva dopo anni: silenziare le cronache fino a quel momento, significherà non poter sapere più nulla, o quasi. Delle indagini su Ustica, ad esempio, gli italiani sarebbero completamente all'oscuro con la nuova Legge, così come su tutte le altre stragi che hanno insanguinato l'Italia. Ma anche su terroristi e mafiosi. I cittadini non avrebbero saputo nulla sulla clinica degli orrori, sui crac Cirio e Parmalat, sulle maestre di Rignano, e neppure sul delitto di Jennifer, su Pietro Maso, sulle morti per amianto, sugli incidenti sul lavoro, soltanto per fare alcuni esempi. Se passerà la nuova Legge si potrà continuare a scrivere soltanto degli sbarchi di poveri clandestini... Anzi, peggio. I potenti potranno decidere di utilizzare gli atti delle inchieste e le intercettazioni per attaccare gli avversari: grazie ai ricchi patrimoni di cui dispongono, infatti, non avranno difficoltà ad accollarsi l'onere delle sanzioni previste. Gli oltre sessanta giornalisti che siedono in Parlamento dovranno spiegare ai cittadini (e ai colleghi) il loro eventuale avallo a questa norma che vuole ridurre il diritto di cronaca; e come il loro voto possa conciliarsi con i principi e i valori del giornalismo e della libertà di stampa.

I giornalisti si opporranno a questa Legge liberticida con tutte le iniziative possibili, anche scendendo in sciopero. Ma tutta la società civile dovrebbe indignarsi di fronte a questo modo vergognoso in cui i cittadini vengono trattati dal potere. Ricordando anche quanto prevede l'articolo 54 della Costituzione, il quale stabilisce per chi ricopre funzioni pubbliche il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Dovere che in troppi tra politici e amministratori sembrano aver dimenticato.

Gianluca Amadori

mercoledì 5 maggio 2010

La carota finanziaria e il pericolo di precedente...

Dal Corriere della Sera

Salvare Atene? Non funzionerà
Ciascuno risponda dei propri errori

Il commento

GRECIA

Salvare Atene? Non funzionerà
Ciascuno risponda dei propri errori

Il commento

Il sole ha brillato per 24 ore dopo l’annuncio del piano definitivo-definitivo per «salvare la Grecia» e prevenire il contagio. Non male. Molti di noi erano scettici già domenica, quando il piano è emerso, e molti si sono preoccupati ancora di più quando la Bce ha comunicato che avrebbe assorbito qualunque quantità di titoli greci le banche volessero presentare in garanzia nelle operazioni di pronto contro termine. Se servono 110 miliardi per tirar fuori la Grecia dai guai, quanto servirà per la Spagna? E per il Portogallo? E per l’Italia? E per tutti gli altri? Se la Germania inizia a indebitarsi per salvare uno a uno tutti i Paesi della zona-euro, anche lei fallirà. Così non può funzionare e i mercati lo capiscono, ma i responsabili politici non sembrano affatto capire i mercati. Questi ultimi, simultaneamente, sono preda del panico e speculano per guadagnare. Chiunque abbia bond spagnoli ha buone ragioni per il panico e chi non li ha può realizzare grandi profitti puntando sulla loro caduta.

Coloro che dettero vita al Trattato di Maastricht quasi 20 anni fa lo avevano capito. Videro che uno Stato con le finanze in dissesto avrebbe chiesto aiuto e, con ammirevole lungimiranza, temettero che altri Paesi avrebbero risposto favorevolmente. Il loro timore era che ciò avrebbe incoraggiato ulteriore indisciplina di bilancio e che alla fine la Bce si sarebbe sentita obbligata a assorbire i debiti: è così che sono nate anche le fasi di iperinflazione. Quindi i fondatori di Maastricht hanno inventato la regola contro i salvataggi, che è stata violata dai governi lo scorso week-end e lunedì dalla Bce. Ed eccoci qua, davanti all’abisso. L’unione monetaria è minacciata. Molti commentatori ritengono che ciò riveli un errore di concezione e i responsabili di politica economica promettono già la linea dura sul Patto di stabilità. Sarebbe stato meglio adottare un vero assetto federale, con veri trasferimenti di sovranità nell’autorità di bilancio, ma politicamente non è stato possibile. Tuttora non lo è, dunque rendere più duro il Patto di stabilità non ci porterà da nessuna parte: nessuno può dire a un governo e al suo parlamento cosa fare. L’unica possibilità è dire a un governo che la sua sovranità implica che esso è il solo responsabile per le conseguenze delle sue azioni. Questo sarebbe perfettamente coerente e dunque non c’è nessun errore di concezione nel sistema. A meno che non vogliamo accettare il principio che la violazione della regola contro i salvataggi è un’implicita componente dell’accordo.

Charles Wyplosz,
The Graduate Institute, Ginevra

martedì 4 maggio 2010

Vinitaly "tra le righe"

Eccoci qui cari lettori del Piave a raccontarvi il Vinitaly "tra le righe"; già perchè Vinitaly non significa solo numeri, contratti, vino e pubblicità. Il servizio che la redazione di Verona ha svolto alla famosissima fiera internazionale del vino vuole essere una telecamera nascosta, un occhio, un orecchio che racconta la storia nascosta, quella che non appare sui giornali perchè genuina e diretta. Si tratta semplicemente della nostra esperienza, del racconto della nostra giornata trascorsa tra gli stands nei padiglioni di Veronafiere.

La nostra giornata inizia con l'arrivo a Veronafiere. Scongiurato il temuto serpentone di automobili, riusciamo a malapena a trovare parcheggio. 100.000 posti auto terminati in poche ore e chi arriva in ritardo parcheggia dove può accendendo qualche polemica tra residenti e Comune. Dopo l’accredito all’ufficio stampa e l’ingresso attraverso un buio corridoio che ricorda un po’ il tunnel sotterraneo che collegava Berlino est a Berlino Ovest, ci dirigiamo verso la sala stampa per ritirare la nostra cartella con tutti gli appuntamenti riservati ai giornalisti (tranne quello inerente alle prospettive del mercato del vino con il Presidente Napolitano riservato ai soli giornalisti invitati dalla prefettura, ufficiali, questori, vice questori, vice questori aggiunti, ai prefetti, ai viceprefetti, onorevoli ed a tutte le autorità particolarmente interessate all’argomento del convegno).

Finalmente possiamo iniziare il nostro servizio. Restiamo piacevolmente sorpresi dalla varietà di visitatori; la maggior parte, rigorosamente in giacca e cravatta, fanno da contorno a quei pochi che hanno preferito il comodo anche se poco elegante abbinamento maglietta-pantaloncino corto. Il Vinitaly è un avvenimento prettamente commerciale (è una fiera durante la quale si stipulano contratti di fornitura e si conoscono nuovi vini per la vendita alle attività commerciali) tuttavia, nonostante l’eleganza e le apparenti pose da veri “buyers”, è facile riconoscere chi è venuto per lavoro e chi per passare un’allegra giornata. Personalmente credo di aver reso quest’ultima idea allo stand della Cantina di Soave dove, dopo essermi presentato come inviato del “Piave” e aver chiesto una cartella stampa per il mio servizio, mi è stato risposto un secco “solo operatori”.

Per nulla scoraggiati dal nostro deludente inizio, proseguiamo la nostra visita; ci ha fatto particolarmente piacere la disponibilità dell’azienda agricola F.lli. “Tedeschi” di Pedemonte di Valpolicella e della responsabile marketing Maria Sabrina Tedeschi che, nonostante non fossimo giornalisti di settore, ci ha aiutato a capire il funzionamento del marketing, della produzione e della maturazione del vino.

Vinitaly non significa solo singole aziende; la Camera di Commercio di Messina in collaborazione con la Provincia di Messina, l’Onav (Organizzazione nazionale Assaggiatori di Vino), il progetto Strade del Vino della Provincia di Messina e il consorzio del vino Faro hanno organizzato, in seno alla Fiera, uno stand condiviso per tutte quelle aziende che, per motivi economici, non hanno avuto la possibilità di partecipare affittando un singolo e costoso stand per produttore. L’interessante iniziativa è molto simile alle “joint venture” locali con le quali più produttori si uniscono e dividono tra loro le spese per il marketing a dimostrazione del fatto che, come ricordava un piccolo produttore piemontese con il quale abbiamo familiarizzato, “il vino può essere buono… ma se non lo sai pubblicizzare non sarà mai ottimo”.

Ma quanto pesa il marketing sul consumo del vino? Con questa domanda lasciamo il Vinitaly tra la gente che affolla i cancelli in uscita.

martedì 13 aprile 2010

IVA sulle tasse...

Faccio ri-ri-ri-rimbalzare una notizia che ho trovato su il blog "okkio" e che ritengo molto importante perchè ci tocca tutti...

Faccio rimbalzare la notizia trovata in rete sulla possibilità di chiedere, tramite il codacons il rimborso dell’iva versata sulla tassa rifiuti (TIA – Tariffa di Igiene Ambientale). Secondo la Cassazione l’IVA può essere applicata solo sulle tariffe, e non sulle tasse.

Le società di gestione rifiuti tendono a considerare una tariffa la quota applicata (infatti viene chiamata TIA – Tariffa di Igiene Ambientale) mentre, a quanto pare, la Cassazione ha stabilito, seguendo l’orientamento della Comunità Europea, che quella pagata per lo smaltimento rifiuti sia una tassa e non una tariffa, rendendo inapplicabile l’IVA, che risulterebbe una tassa sulla tassa.

La tariffa, a differenza della tassa, dovrebbe far pagare agli utenti un servizio nella proporzione in cui ne usufruiscono. A quanto pare questa definizione non è applicabile nel caso dei rifiuti. In effetti nessuno controlla quanti rifiuti effettivamente produco, e nessuno mi premia se produco meno rifiuti di altri.

Il Codacons si presta a fornire la consulenza gratuita per la richiesta di rimborso.

La notizia l’ho letta su Fiscaleweb.

aggiornamento

Anche a Le Iene hanno parlato del rimborso TIA, o meglio del rimborso dell’IVA sulla Tarifa di Igene Ambientale. Secondo quanto si evince dal video, il primo ricorso è stato vinto dall’utente, ed il giudice di pace ha ingiunto all’azienda che riscuote la Tassa Rifiuti di rimbosare l’IVA e gli interessi accumulati sulle somme non dovute.

Purtropo però, sul finale del video si comprende come l’azienda che riscuote la Tariffa di Igiene Ambientale non abbia nessuna intenzione di procedere ai rimborsi dell’IVA sulla Tassa Rifiuti, in attesa di prese di posizione del Parlamento.

Convinto di non essere registrato, l’intervistato, responsabile dell’azienda, parla di un procedimento al vaglio del Parlamento che servirà a “cambiare nome” alla TIA, risolvendo il problema… all’italiana.


domenica 11 aprile 2010

Dalla redazione di Report: "Lo Stato dei Conti"

Equitalia e' una Spa con capitale pubblico, 51% Agenzia delle Entrate e 49% Inps, che fa riscossione di crediti per vari enti, per esempio i Comuni, e riscuote anche i debiti fiscali, cioe' tasse o multe che i cittadini non hanno pagato. Vedremo quanto si paga in piu', cosa comporta una dimenticanza, o una non avvenuta notifica. E' possibile che una mancata riscossione di un canone Rai comporti un'ipoteca sulla casa senza che l'interessato lo sappia? Purtroppo succede spesso. Succede che le aziende che lavorano con gli enti pubblici non vengano pagate nei tempi stabiliti. E le stesse aziende si vedono imposto un fermo amministrativo o un'ipoteca perche' a loro volta pagano in ritardo le imposte. Il sistema della riscossione e' complesso almeno quanto lo e' il bilancio dello Stato. La Finanziaria esiste dal 1978 e dovrebbe essere la manovra annuale che serve al Governo per riequilibrare i conti, visto che siamo strozzati dal debito pubblico. La finanziaria dunque dovrebbe correggere i bilanci con nuove necessita' di spesa, tagli e nuove norme. Solo che normalmente, da settembre a dicembre, i mesi in cui viene discussa nelle Commissioni Bilancio del Parlamento, si riempie di commi e alla fine diventa un maxiemendamento, di solito approvato sotto Natale con un voto di fiducia.
Giovanna Boursier ha percorso il labirinto di norme e leggine incomprensibili non solo ai cittadini, ma anche a parlamentari che le hanno votate. Ogni anno si fanno tagli a Sanita' o Istruzione ma alla fine la manovra finanziaria, nonostante la crisi, con alcuni e' sempre generosa, e cosi' ogni anno vengono concessi, in modo bipartisan, i finanziamenti per il Belice o quelli per i cosiddetti enti inutili. Anche i fondi della ''Legge Mancia'' dal 2005 sono diventati una consuetudine: vengono discussi all'interno delle Commissioni Bilancio delle due Camere dove i parlamentari si spartiscono le quote per i loro territori. Alla fine ce ne e' un po' per tutti: 120mila euro alla congregazione Ave Grazia Plena di Afragola, 66.500 per fare un marciapiede ad Arsie', 50.000 per salvaguardare il parco e la Via Appia, e via con una lunga lista.
Intanto si prova a studiare un nuovo modello di ''autofinanziamento'', per esempio quello di costituire una spa pubblica che valorizzi il patrimonio del Ministero della Difesa. In che modo, e chi lo gestira'?

Redazione Report

giovedì 1 aprile 2010

A Verona vince la Lega, ma “Re Preferenza” è Massimo Giorgetti



La Lega Nord si conferma al primo posto nella provincia veronese con il 36,13 % dei voti, seguita dal Pdl (27.63%), Partito Democratico (16.85%), UDC (6.08%), Italia dei Valori (5.09%), Movimento 5 stelle (2.47%), Unione Nord Est (1.56%), PSI (1.12%), Rifondazione (1.02%), Alleanza di Centro (0.69%), Veneti Indipendensa (0.40%), Nucleare no grazie (0.37%), Forza Nuova (0.35%), Panto (0.18%).

Riconfermati l’assessore uscente Massimo Giorgetti con l’incredibile risultato di 26.360 preferenze (primo assoluto in tutto il Veneto, circa 2.000 voti in più rispetto al collega di partito Bendinelli) e il consigliere uscente Giancarlo Conta.

Per la Lega eletti Tosato Paolo, Bassi Andrea, Cenci Vittorino e Sandro Sandri. Escluso il sindaco di San Mauro di Saline Italo Bonomi con appena 1.214 preferenze nonostante l’appoggio del sindaco di Tregnago Marco Pezzotti recentemente passato alla Lega.

L’Udc conferma l’assessore regionale uscente Stefano Valdegamberi che, con 9.756 preferenze stacca il biglietto per Palazzo Ferro Fini. Valdegamberi sarà tra gli scranni della minoranza poiché l’Udc, differentemente dalle scorse elezioni, non farà parte del gruppo di maggioranza.

venerdì 19 marzo 2010

Esempi di sana politica

Grazie alle precise inchieste del programma "Report" ci giungono, ogni tanto, buone notizie; sono fatti che strappano un piccolo sorriso in un clima avvelenato dal malaffare.
La presenza di persone dotate di senso civico e onestà che dedicano ogni giorno il loro tempo alla gestione della "cosa pubblica" permette a tutti noi di guardare con buon auspicio al futuro.
Ecco il testo mandatomi gentilmente dalla redazione di Report:

La Goodnews di questa settimana s'intitola ''SENZA INDENNITA''' di Giuliano Marrucci.
In questo periodo di magra per le casse comunali, nel piccolo comune di Annone Brianza, in provincia di Lecco, da tre anni, quando si arriva a chiudere il bilancio ci si trova piu' quattrini del previsto. Nessuno sa da dove arrivino, fino a quando il sindaco Carlo Colombo e' costretto ad ammettere ''sono i soldi della mia indennita'''. Un caso di politica fatta per passione. Ma non e' il solo. Sempre in provincia di Lecco, dal 2004, il sindaco Egidia Beretta Arrigoni i suoi soldi li storna tutti in un fondo di solidarieta'. La missione? Tenere in piedi la scuola materna della parrocchia, sistematicamente a corto di quattrini. E se invece del solo sindaco a rinunciare all'indennita' sono tutti i membri di giunta e consiglio, le cose si fanno interessanti. Come a Carpasio, provincia d'Imperia. Oppure a Montevecchia, dove questa abitudine continua ininterrotta addirittura da oltre venti anni.

mercoledì 10 marzo 2010

Non solo sul sito della polverini... anche su quello del Club delle Libertà...


Leggete... ovviamente è stato tolto.

Commenti non pubblicati sul sito di Renata Polverini...

Interessato dal dibattito sul "decreto-legge" ho deciso di pubblicare sul sito di Renata Polverini alcuni commenti; notando il notevole ritardo della pubblicazione dei miei contributi e l'esclusiva presenza di commenti entusiasti sulla candidata da una parte e alquanto duri sulle decisioni della Magistratura dall'altra mi è sorto un dubbio... possibile che anche qui fanno la cernita delle opinioni?


Come sapete il Presidente Napolitano ed il Presidente Berlusconi hanno firmato un decreto-legge (decretazione d'urgenza con effetto immediato e quindi non vagliabile in Parlamento)"interpretativo" per fare in modo di riammettere la lista Pdl nel Lazio...

Ripropongo la lettera che Giorgio Napolitano ha scritto ai cittadini che esprimevano viva preoccupazione per un provvedimento del genere:

Egregio signor Magni, gentile signora Varenna,
ho letto con attenzione le vostre lettere e desidero, vostro tramite, rispondere con sincera considerazione per tutte le opinioni dei tanti cittadini che in queste ore mi hanno scritto.
Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano. Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi. Non si può negare che si tratti di “beni” egualmente preziosi nel nostro Stato di diritto e democratico.
Si era nei giorni scorsi espressa preoccupazione anche da parte dei maggiori esponenti dell’opposizione, che avevano dichiarato di non voler vincere – neppure in Lombardia – “per abbandono dell’avversario” o “a tavolino”. E si era anche da più parti parlato della necessità di una “soluzione politica”: senza peraltro chiarire in che senso ciò andasse inteso. Una soluzione che fosse cioè “frutto di un accordo”, concordata tra maggioranza e opposizioni?
Ora sarebbe stato certamente opportuno ricercare un tale accordo, andandosi al di là delle polemiche su errori e responsabilità dei presentatori delle liste non ammesse e sui fondamenti delle decisioni prese dagli uffici elettorali pronunciatisi in materia. In realtà, sappiamo quanto risultino difficili accordi tra governo, maggioranza e opposizioni anche in casi particolarmente delicati come questo e ancor più in clima elettorale: difficili per tendenze all’autosufficienza e scelte unilaterali da una parte, e per diffidenze di fondo e indisponibilità dall’altra parte.
Ma in ogni caso – questo è il punto che mi preme sottolineare – la “soluzione politica”, ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti – dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano – che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge.
Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione – comunque inevitabilmente legislativa – potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura.
La vicenda è stata molto spinosa, fonte di gravi contrasti e divisioni, e ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto. Io sono deciso a tenere ferma una linea di indipendente e imparziale svolgimento del ruolo, e di rigoroso esercizio delle prerogative, che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica, nei limiti segnati dalla stessa Carta e in spirito di leale cooperazione istituzionale. Un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri.
Cordialmente

Giorgio Napolitano


L
eggendo i commenti entusiasti dei frequentatori del sito della Polverini, ho pensato di mandare al sito anche la mia opinione:


Non sono d’accordo. Il decreto è in aperta violazione della legge 400/1988 in materia di decretazione d’urgenza la quale vieta la decretazione in materia elettorale; pertanto il Presidente ha firmato un decreto illegale.
Il decreto è, oltretutto, in aperta violazione con la Costituzione la quale garantisce, all'articolo 3, l’uguaglianza di fronte alla legge; il decreto si riferisce esclusivamente e specificatamente alla fattispecie del caso della presentazione della lista del Pdl.

(aggiungo ora che le altre liste non hanno beneficiato di questa improvviso "condono"... perchè? Sono figlie di un Dio minore? Ho diritto di vedere la mia lista riammessa, come dice Napolitano, solo quando questa fa parte del Governo? Che democrazia è questa che tratta in maniera diversa soggetti uguali?)

Utilizzare l’espressione “serve per garantire la democrazia” è capzioso in principio; come sancisce l’articolo 1 della Costituzione (la sovranità spetta al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla Costituzione). Tali limiti sono sanciti nella parte prima, titolo quarto, articolo 48.
Non si può predicare il rispetto delle istituzioni quando queste (la legge è l’istituzione primaria) vengono palesemente violate dallo stesso predicatore.
Non tutto è opinabile…
Con rispetto di Renata che reputo una donna in gamba e sopratutto onesta.

Spero sia pubblicato…


C
osa che non avvenne... per ovvi motivi!
Ah verità quanto mi costi...


venerdì 12 febbraio 2010

Caro Presidente... è deficitario di conoscenza chi esprime un'opinione diversa?

Napolitano: «No a giudizi sommari
e volgari sull'Unità d'Italia»

«Grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani»


Giorgio Napolitano (Lapresse)
ROMA - Il presidente della Repubblica ha attaccato «i rumorosi detrattori dell’Italia unitaria» nel corso del suo intervento all’Accademia dei Lincei al convegno Verso il 15o° dell'Italia unita: tra riflessione storica e nuove ragioni di impegno condiviso. Giorgio Napolitano ha parlato del «grave deficit di conoscenze storiche diffuse di cui soffrono intere generazioni di italiani» e criticato i «giudizi sommari e pregiudizi volgari sul formarsi dell’Italia unita» condannando «i bilanci di stampo liquidatorio sul cammino intrapreso dal Paese dopo il 1861». Secondo Napolitano, la negazione dell'unità d'Italia è frutto di una «deriva di vecchi e nuovi luoghi comuni, di umori negativi e di calcoli di parte». Infine un'esortazione: «Bisogna reagire all'eco che suscitano in sfere lontane da quella degli studi più seri i rumorosi detrattori dell'unità italiana».

RESISTENZA - Il capo dello Stato ha poi ricordato il contributo della Resistenza per la riconquista dell’unità nazionale: «Un moto di riscossa partigiana e popolare di cui nessuna ricostruzione storica può giungere a negare il valore».

NORD-SUD - Il più grave motivo di divisione e debolezza che insidia la nostra unità nazionale, ha detto il presidente, è la divaricazione e lo squilibrio tra Nord e Sud. «Affrontare nei suoi termini la questione meridionale è un dovere della comunità nazionale e un impellente interesse comune per garantire all’Italia un più alto livello di sviluppo e di competitività. Non c’è alternativa al crescere di più e meglio insieme».

Dopo avre fatto l'Italia occorre fare gli Italiani diceva qualcuno...
ma è innegabile che l'Italia è stata fatta da una piccola elitè di pensatori...
forse la piemontizzazione delle regioni nord orientali e la violenza dell'ordinamento amministrativo locale fatto con la legge Rattazzi del 1861 è conosciuto solo da chi è "deficitario di conoscenza" come afferma il Presidente Napolitano (lo stesso Presidente che affermò la fine della crisi economica quando migliaia e migliaia di persone erano cassaintegrate o licenziate).
Ah quanto mi costi Verità!

lunedì 8 febbraio 2010

Pillole...

Roma - (Adnkronos)- L'Ente spaziale americano ha deciso di rimandare di 24 ore la partenza della missione Sts-130 a causa delle condizioni meteo. L'appuntamento ora è per domani. Gelmini: a bordo anche il successo della ricerca italiana.

Di sicuro la ricerca italiana è merito nè della Gelmini, nè di Mussi, nè della Moratti... nè dei soldi pubblici che al posto di essere investiti in ricerca vengono utilizzati per finanziare i film o per mantenere qualche nullafacente...

come si dice? E' meglio tacere e sembrare ignorante piuttosto che aprire bocca e confermarlo.